L’invenzione di una nuova Yalta e il divieto di pensare

Quando si vive in un manicomio è facile cominciare a dare i numeri: così in questi giorni si leggono cose a dir poco stravaganti sull’Europa che sarebbe esclusa dalla nuova Yalta, insomma da un patto tra America, Russia e Cina. Ora è abbastanza evidente che la vecchia Yalta (4-11 febbraio 1945) riuniva le potenze che combattevano una guerra contro lo stesso nemico, mentre qui abbiamo tre potenze che si combattono tra di loro, quindi il paragone non tiene proprio, se non fosse che si tratta di una scappatoia con cui gli osservatori europei tentano di togliere dalle spalle dei milieu politici di riferimento il fardello di errori grossolani e di comportamenti così stupidi che alla fine sono rimasti col fiammifero in mano che ora comincia a bruciare le dita. Invece la paradossale Yalta che si sono inventati, dimostrerebbe la malvagità di Trump, Putin e Xi che vogliono spartirsi il mondo senza tenere conto – udite udite – di Bruxelles, Londra, Berlino e Parigi che sono perfettamente innocenti.

È abbastanza evidente che la più grande potenza industriale del pianeta, la maggiore potenza militare e quella finanziaria, cerchino in qualche modo di evitare uno scontro diretto e finale ora che di fatto si azzuffano su vari fronti dall’Ucraina all’Iran. Se l’Europa ha, per la seconda volta in trent’anni, accettato sul proprio territorio una guerra concepita in America, pensando che sarebbe stata una passeggiata, non è certo responsabilità di Putin o di Xi. Così come non è loro responsabilità se ora gli stessi che hanno mandato al macero l’economia continentale con le sanzioni alla Russia che si sono rivelate un disastro per chi le ha messe, cosa peraltro che anche un bambino avrebbe capito, adesso non vogliono la pace perché li lascerebbe nudi ad affrontare un futuro che hanno distrutto.

Strana cosa questa di un costrutto politico elitario che si è falsamente autoritratto e incensato come portatore di pace – tentando di compensare con questa illusione la progressiva distruzione dello stato sociale, perseguito giorno dopo giorno – che si piega a Washington quando questa vuole fare l’ennesima guerra e si ribella invece quando vuole arrivare a un accordo. Ma in ogni caso ciò che sta accadendo sono i primi scricchiolii di un inevitabile sgretolamento dell’Occidente complessivo: la crisi finanziaria che incombe mostra chiaramente in controluce la divergenza degli interessi e delle prospettive che esistono non solo tra le due sponde dell’atlantico, ma nella stessa Europa.

Se ci fosse stata una maggiore autonomia dei vari Paesi tutto questo non sarebbe accaduto, ma è proprio questa evidenza che si vuole nascondere attraverso i fumosi discorsi su Yalta e su accordi segreti tra i maggiori leader del mondo. I regimi europei si sono impantanati in una crisi profonda e persistente: in pochi anni, sono riusciti a distruggere in larga misura non solo la loro base industriale e la produzione energetica, ma anche le loro relazioni con Russia, Cina, Iran, Stati arabi, gran parte del Sud del mondo e Stati Uniti. L’unico fronte in cui esercitano ancora una notevole influenza è contro la propria popolazione, dove la regolamentazione, la censura e la repressione si aggravano di giorno in giorno, portando a manifestazioni e disordini.

E ora l’Europa fa la parte della pecora smarrita. Bela, ma non la sente nessuno. Bruxelles tace, al solito, in attesa degli eventi. Pare che nessuno se ne preoccupi del nuovo, possibile assetto del mondo. Tutti sono preoccupati dalle loro scadenze elettorali, in Francia, in Italia, in Spagna, in Germania, come se da questi risultati dipendessero eventi importanti per la storia del pianeta.

Purtroppo, non è così. Sono elezioni da villaggio nei nuovi Paesi-continente che si profilano. Elezioni locali, di scarso interesse. Un raffreddore di Putin è più importante di un successo di Vox o della Le Pen. Figuriamoci della Schlein o della Meloni.

Da un punto di vista generale queste elezioni non hanno alcuna importanza. Diverso sarebbe se invece di contendersi uno straccio di potere ci si rendesse conto del pericolo che incombe su tutta l’Europa.

Le Nazioni Unite ci dicono che sotto il profilo ambientale siamo pressoché giunti ad un punto irreversibile. Lo è anche l’Europa se non cambiano i ferri del mestiere e le persone inette che la guidano. Troppa burocrazia affoga. Ci vorrebbe un colpo di stato europeo, ma è solo utopia.

Anche in Italia il dibattito è squallido: beghe da parrocchia. Tutto il problema del cosiddetto campo largo è se, vincendo, al potere ci va Conte o la Schlein. Per Conte essere già stato Presidente del Consiglio è un titolo fondamentale. Per la Schlein, invece, è più decisivo essere a capo di un partito che ha la maggioranza degli elettori. Su questo si discute. Questioni personali e null’altro.

Dall’altra parte, il dilemma è Vannacci. Con o senza la Meloni? Per farsi desiderare vota contro la Meloni e si vanta d’essere il solo alfiere della vera destra. Sono argomenti seri questi?

Ma ritorniamo ai burocrati di Bruxelles: si adoperano per convincere la parte bianca e cristiana di questa popolazione che è giusto e necessario adempiere al proprio “dovere” e sacrificare se stessi e i propri figli in una guerra contro la Russia per proteggere i nostri Paesi e il nostro stile di vita. Ma di che stile parlano? Anche se ci fosse davvero qualcosa che si possa definire così, le persone sono stanche di restrizioni, di emergenze, di controlli, di misure che penalizzano l’agricoltura e la pesca, di bollette stratosferiche, di inflazione che mangia i salari a vista d’occhio e di cavolate lobbistiche, le uniche di cui Bruxelles è generosa. Soprattutto non vogliono fare una guerra che invece pare essere l’unica prospettiva.

Tra l’altro c’è anche la questione dei 300 miliardi di dollari russi che sono stati in un primo tempo congelati nelle banche europee, ma che probabilmente sono già stati in parte sperperati: pare, ripeto pare, tanto per dirne una, che dei 71 miliardi di soldi russi congelati nelle banche francesi non ci siano rimasti che 25 miliardi. La pace significherebbe anche restituire il maltolto provocando un altro terremoto economico in un continente che si è già svenato per Zelensky. Addirittura il ministro degli Esteri polacco Radoslav Sikorsky ha dichiarato che questi beni sarebbero stati restituiti alla Russia solo “sui nostri cadaveri”. Ma chi vuole diventare un cadavere per compiacere queste teste di rapa? Alla fine dovranno arrendersi visto che senza l’ausilio degli Usa, allo stato attuale, l’Europa è solo una fragile preda: priva dell’appoggio di Washington non possono fare né la pace, né la guerra.

Il mondo sta cambiando nei suoi assetti fondamentali. Stiamo passando dall’era del carbonio a quella del silicio. L’umanità si trova di fronte ad una grande svolta: gli Stati contano poco o niente, la sovranità è un mito, il diritto internazionale è finito in frantumi. Una nuova architettura politica sta emergendo: quella di chi gestisce le tecnologie più avanzate, e non sono gli Stati nazionali.

Neppure gli Stati Uniti sono in grado di farlo e si vendono ai nuovi zar dell’avvenire che detteranno le nuove leggi di un mondo sempre più tecnologico.

Non possiamo comprendere le nostre fragilità amministrative o la nostra dipendenza tecnologica se non le guardiamo attraverso il telescopio della grande storia. Viviamo nel pieno di una transizione epocale — dall’era del carbonio all’era del silicio — in cui i vecchi Stati-Nazione perdono sovranità e i confini tradizionali si dissolvono di fronte ai nuovi imperi tecnologici. In questo scenario globale, in cui le grandi potenze ridisegnano gli assetti del pianeta, continuare ad amministrare il Paese con logiche emergenziali e dibattiti di piccolo cabotaggio non è solo miopia: è la condanna volontaria all’irrilevanza.

C’è qualcuno che ci sta riflettendo? Pochi, pochissimi, certamente nessuno della politica.

È severamente vietato pensare. È più comodo.

Isernia, 27 ottobre 2026

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Uno smartphone per amico

Tutte le generazioni hanno avuto i loro miti, le loro mode e le loro rivoluzioni. La nostra ha avuto il cellulare. Anzi, forse è stato il cellulare ad avere noi. Prima, per fare amicizia, dovevi uscire. Una cosa abbastanza complicata a pensarci bene: dovevi vestirti, andare in un bar, in una piazza, in un locale e parlare con qualcuno. Guardarlo perfino negli occhi. Se poi ti andava male, pazienza: tornavi a casa. Oggi no.

Oggi l’amicizia la chiediamo sui social. Guardiamo una fotografia, leggiamo due righe di presentazione, magari controlliamo dove è stato in vacanza e con chi. Se ci piace clicchiamo. Amici. Una volta per diventare amici ci voleva del tempo. Adesso bastano tre secondi e una connessione. E poi ci sono le fotografie: la macchina presa in prestito giusto il tempo di una foto da mettere sul profilo, il ristorante costoso anche se abbiamo ordinato soltanto un caffè, il tramonto fotografato da quaranta angolazioni diverse, il sorriso perfetto. Nessuno si arrabbia se l’originale non corrisponde alla realtà.

Forse perché ormai sappiamo tutti che la realtà è un’altra cosa. Ogni tanto mi chiedo se siamo diventati più falsi oppure semplicemente più bravi a raccontarci. Non lo so e sinceramente non sono sicuro che faccia una grande differenza. Era meglio prima? È meglio adesso? Boh. Ogni generazione pensa di avere trovato il modo giusto di stare al mondo. Poi arriva quella dopo e cambia tutto. Quello che mi colpisce però è il rapporto che abbiamo con il cellulare. Non è più un oggetto: è una presenza.

È sul comodino quando dormiamo, sul tavolo mentre mangiamo, in tasca mentre camminiamo. Se non lo sentiamo per qualche minuto lo cerchiamo. Se lo dimentichiamo a casa torniamo indietro. Sembra quasi che ci abbiano tolto un organo. Un tempo avevamo il cuore, i polmoni, il cervello. Adesso abbiamo anche il cellulare. Quando ho iniziato a scrivere questo articolo volevo parlare di cultura. Avevo un’idea precisa: volevo fare un ragionamento serio sul cambiamento del mondo. Poi mi sono perso.

Mi succede spesso. Non so più in che epoca siamo, non so più dove finisca il mondo vero e dove inizi quello digitale e qualche volta non so nemmeno io dove mi trovo. Così per concentrarmi apro internet. Questa è bella: per trovare concentrazione vado nel posto dove c’è più distrazione. E stranamente funziona. Entro nella rete e mi sembra di essere libero. La libertà infatti non è soltanto andare al galoppo su un prato sconfinato con il vento in faccia e il rumore degli zoccoli del cavallo che si perde nell’erba.

La libertà può essere anche stare seduti sul divano con un cellulare in mano e attraversare il mondo. Posso vedere una strada di New York, un villaggio in Nepal, un concerto a Londra, una persona che cucina in una casa dall’altra parte del pianeta. Posso essere ovunque senza muovermi. E questa cosa diciamolo è meravigliosa. Il problema è che poi il cellulare comincia a decidere dove portarmi: un video dopo l’altro, una notizia dopo l’altra, una fotografia dopo l’altra. E quando penso di aver scelto io forse qualcuno aveva già scelto per me. Ma non voglio fare il moralista. Anche perché sto scrivendo queste parole con un dispositivo che mi permette di fare esattamente tutte le cose che sto criticando.

È questo il bello. O il problema. Non possiamo più stare fuori dal mondo digitale. Ci siamo dentro fino al collo. Il cellulare sa dove siamo, cosa cerchiamo, cosa compriamo, cosa ci piace. Sa perfino quando siamo annoiati. E quando siamo annoiati ci offre qualcosa. Sempre. Non lascia mai un buco. Forse è questa la cosa che mi inquieta di più. Una volta la noia faceva parte della vita. Aspettavi l’autobus e non succedeva niente. Aspettavi qualcuno e non succedeva niente. Guardavi fuori dal finestrino e non succedeva niente. E proprio in quel niente qualche volta pensavi. Adesso il niente dura tre secondi. Poi prendiamo il telefono.

E il niente è finito. Abbiamo inventato uno strumento per comunicare con tutti e forse abbiamo dimenticato come si sta con qualcuno. Però non è colpa del cellulare. Il cellulare fa quello che gli chiediamo. Siamo noi che gli abbiamo dato un posto enorme nella nostra vita. È diventato un amico. Un amico strano però: uno che non dorme mai, non si offende, non si stanca di noi e soprattutto non ci lascia mai soli. Ci inganna certo.

Lo sappiamo. Sappiamo che un “mi piace” non è affetto, che una fotografia non è un ricordo, che cento amici sullo schermo non sono cento persone accanto a noi. Lo sappiamo benissimo. Eppure continuiamo. Perché forse abbiamo bisogno anche di questo. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci faccia compagnia quando non c’è nessuno.

E allora il cellulare rimane lì: sul tavolo, in tasca, sul comodino. Come un piccolo animale domestico che ogni tanto vibra per ricordarci che esiste. E noi lo prendiamo. Sempre. Forse un giorno ci accorgeremo che non era lui ad avere bisogno di noi. Eravamo noi ad avere bisogno di lui. E questa più che una rivoluzione tecnologica potrebbe essere la vera storia del nostro tempo: una storia che non so come finirà.

Per ora ho finito di scrivere. Adesso posso finalmente rilassarmi.

Prendo il cellulare.

Isernia, 25 ottobre 2026

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Quando la delinquenza oscura la democrazia

Le brutali immagini delle devastazioni, dei furti e dei tafferugli che hanno ferito le nostre città in questi giorni non possono lasciare indifferenti. Non si tratta di una semplice reazione rabbiosa o di una manifestazione di dissenso politico degenerata. Quando la protesta si trasforma in sistematica distruzione dei beni pubblici e privati, quando il saccheggio prende il posto degli slogan e la violenza fisica diventa il mezzo di espressione primario, siamo di fronte a qualcosa di radicalmente diverso.

Questo non è protestare: questo è un attacco diretto alla convivenza civile e alle regole democratiche che garantiscono a tutti il diritto di manifestare. Il diritto alla protesta è uno dei pilastri fondamentali della nostra Repubblica. Una società sana si riconosce anche dalla sua capacità di accogliere il conflitto sociale, di dare voce al malcontento e di permettere ai cittadini di scendere in piazza per esprimere il proprio dissenso nei confronti delle scelte governative o delle condizioni economiche.

Tuttavia, esiste un limite invalicabile che separa la legittima espressione democratica dalla pura criminalità. Quel limite è segnato dal rispetto per l’altro, per il lavoro dei commercianti che vedono le proprie vetrine distrutte, e per la sicurezza degli operatori delle forze dell’ordine. Vedere vetrine infrante, negozi saccheggiati e arredi urbani dati alle fiamme non ha nulla a che fare con la giustizia sociale o con la richiesta di riforme. Queste azioni rappresentano la negazione stessa della politica. Chi si maschera per devastare non cerca il dialogo con le istituzioni, ma mira a destabilizzarle, utilizzando il pretesto del disagio sociale per dare sfogo a pulsioni disfattiste o a precisi disegni di disordine. Il rischio più grande è che questa deriva violenta finisca per delegittimare anche le istanze di chi manifesta pacificamente e solleva problemi reali che meriterebbero ascolto.

Davanti a questo scenario, la risposta non può essere esclusivamente di natura poliziesca. È indubbiamente necessario che lo Stato riaffermi la propria autorità e garantisca la sicurezza dei cittadini, perseguendo con fermezza i responsabili dei reati. Ma la politica deve fare un passo in avanti. Non è più il tempo dello sciacallaggio politico o delle accuse reciproche tra schieramenti. Questo non è il tempo dei colpevoli e degli innocenti. È il tempo della responsabilità. È il momento che tutti i capigruppo di Camera e Senato serrino le fila e si confrontino con il Governo del Paese. Non con il Governo della maggioranza. Il Paese viene prima delle maggioranze e delle opposizioni.

Quando la violenza di piazza minaccia la tenuta sociale, tutte le forze politiche hanno il dovere morale di fare fronte comune. Il Capo dello Stato ha iniziato a indicare una strada. Non è detto che quella strada produca risultati immediati. Ma va percorsa. Va tentata con serietà prima di qualsiasi decisione esclusivamente repressiva. Perché la repressione può essere necessaria quando la legge viene violata. Ma da sola non basta. Se abbiamo davanti adolescenti che trasformano le strade in luoghi di scontro dobbiamo anche chiederci che cosa sia successo prima di quel momento. Dobbiamo capire dove si è interrotta l’educazione. Dove si è spezzato il rapporto con la famiglia. Dove è venuta meno l’autorevolezza della scuola. Dove la società ha smesso di parlare a questi ragazzi. Non significa giustificare la violenza. Significa avere il coraggio di comprenderla per poterla contrastare.

E dobbiamo farlo senza perdere di vista una cosa essenziale. Dietro ogni ragazzo che commette un atto violento c’è un ragazzo che può ancora essere recuperato. Ma dietro ogni ragazzo ferito o ucciso non c’è più nessuna possibilità di recupero. Se Dio non voglia dovesse morire un ragazzino, magari incidentalmente, o un poliziotto giovanissimo mentre cerca di garantire l’ordine pubblico, allora lo stesso Parlamento rischierebbe di andare in mille pezzi. Ognuno tornerebbe sulle barricate. Ricomincerebbe la caccia alle responsabilità. Ricomincerebbe il gioco delle accuse. E ancora una volta ci accorgeremmo troppo tardi che la politica avrebbe perso il tempo nel quale avrebbe potuto fare la differenza.

Questo è il tempo in cui ogni partito dovrebbe mettere a tacere i giocolieri delle parole. Servono meno dichiarazioni e più responsabilità. Servono meno slogan e più ascolto. Serve una politica capace di parlare contemporaneamente alla paura dei cittadini e alla fragilità dei ragazzi. Una politica che sappia essere ferma senza diventare cieca. Una politica che sappia proteggere le città senza trasformare ogni adolescente in un nemico.

Solo ripristinando la legalità come prerequisito del confronto si può salvare lo spazio del dissenso democratico.

Isernia, 20 ottobre 2026

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Quanto può costare la paura?

“Che succede, se cadiamo? Verranno non so quanti profughi in Europa, 20 milioni di ucraini”….. “Perché ci distruggeranno, ci spingeranno fuori, per questo vi chiediamo di difendere il nostro Paese”. Lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Bruxelles, tre giorni fa. Un piccolo capolavoro di pressione politica. È il metodo Zelensky. Prima si invoca la solidarietà, poi si sollecitano armi, missili e miliardi, infine si prospetta la catastrofe per chi dovesse manifestare qualche esitazione. Una strategia comprensibile per un presidente che difende il proprio Paese, ma assai meno accettabile per chi dovrebbe difendere gli interessi dei propri cittadini.

Cedere al ricatto di Zelensky significa trovarsi in casa 20 milioni di migranti. C’è una domanda che l’Europa continua a eludere: quanto può costare la paura? Perché è sulla paura che, ormai da anni, si costruisce gran parte della politica europea sull’Ucraina. La paura che, se smettessimo di finanziare Kiev, l’Ucraina perderebbe la guerra. La paura che, se Putin prevalesse, la Russia non si fermerebbe ai confini ucraini. E, soprattutto, la paura che una sconfitta di Kiev provocherebbe un nuovo esodo di milioni di persone verso l’Unione europea.

È una prospettiva seria, che nessuno può liquidare con superficialità. Ma proprio perché è seria dovrebbe essere affrontata con razionalità, non utilizzata come una cambiale in bianco. Siamo diventati, invece, Zelensky-dipendenti. Al punto che il presidente ucraino può presentarsi davanti ai governi europei chiedendo altri soldi, altre armi, altri prestiti e altri impegni, facendo pesare sul tavolo la prospettiva di una sconfitta e delle sue conseguenze migratorie.

Eppure l’Europa ha già finanziato l’Ucraina per cifre enormi. Ha fornito armi, prestiti, aiuti economici e assistenza politica. Le cifre sono diventate talmente grandi che persino il cittadino che paga il conto fatica ormai a seguirle.

La domanda, allora, non è se l’Europa debba aiutare l’Ucraina. La domanda è se debba continuare a farlo senza una discussione seria sui limiti, sui costi e soprattutto sugli obiettivi. Perché c’è un punto sul quale sarebbe ora di smettere di girare intorno: l’argomento migratorio.

Se davvero una sconfitta ucraina potesse provocare un nuovo esodo di proporzioni gigantesche, questo rappresenterebbe certamente un problema per l’Europa. Ma proprio per questo dovremmo domandarci che cosa accade quando la prospettiva di un’emergenza migratoria diventa uno strumento di pressione politica. Oggi è l’Ucraina. Domani potrebbe essere un altro Paese. Immaginiamo che un altro Stato, travolto dalla guerra, dal dissesto economico o dall’instabilità politica, si rivolga all’Europa con un messaggio analogo: finanziateci oppure milioni di persone partiranno verso i vostri confini.

Che cosa risponderebbe Bruxelles? Se la risposta fosse sempre e soltanto un assegno, avremmo creato un precedente formidabile. Non una politica estera, ma un sistema nel quale la capacità di produrre o minacciare un’emergenza migratoria diventa una forma di potere contrattuale nei confronti dell’Europa. È questo il problema che dovrebbe preoccuparci. Non perché i profughi siano una minaccia. Non perché chi fugge da una guerra debba essere lasciato senza assistenza. E nemmeno perché l’Europa debba chiudersi al mondo. Ma perché una cosa è accogliere chi fugge da una tragedia, un’altra è costruire una politica nella quale la prospettiva dell’esodo venga utilizzata come argomento per rendere politicamente impossibile qualsiasi limite agli aiuti.

E qui entra in gioco la realtà dell’Europa di oggi. A pagare le conseguenze delle grandi decisioni internazionali non sono quasi mai coloro che le prendono. Sono i cittadini. Soprattutto quelli che un tempo costituivano il ceto medio e che oggi fanno i conti con salari che non crescono, costo della vita, tasse, affitti e mutui sempre più pesanti. Sono loro che dovrebbero sostenere i costi di una nuova emergenza migratoria, qualora questa si verificasse: attraverso il welfare, la sanità, la scuola, l’edilizia pubblica, l’assistenza e un mercato del lavoro già sotto pressione. Ecco perché il problema non può essere liquidato né con il buonismo né con il cinismo.

Nessuno, naturalmente, può negare che la Russia abbia invaso l’Ucraina, violandone la sovranità. Ma riconoscere un’aggressione non significa sottoscrivere una cambiale priva di alcuni elementi essenziali, come l’importo e la data di scadenza, affidando a Zelensky, quale creditore, il diritto di completarla a suo piacimento in un secondo momento. L’Ucraina non appartiene all’UE e non fa parte della NATO e la sua guerra, per quanto tragica e vicina ai nostri confini, non comporta automaticamente l’obbligo di trasformarla nella nostra. L’Europa deve aiutare l’Ucraina, se ritiene che sia nel suo interesse farlo. Ma deve anche avere una strategia. Deve sapere quanto vuole spendere, per quanto tempo e soprattutto per quale obiettivo finale. Altrimenti il rischio è che ogni nuova richiesta venga trasformata in un test morale: se non paghi, sei dalla parte di Putin; se non invii altre armi, vuoi la sconfitta dell’Ucraina; se chiedi un limite agli aiuti, sei accusato di non comprendere il pericolo russo. È una logica che non può sostituire la politica.

C’è poi un’altra questione che meriterebbe un confronto molto più serio: la tesi secondo cui, se Putin vincesse la guerra contro l’Ucraina, il passo successivo sarebbe necessariamente l’invasione dell’Europa. Davvero? La Russia dovrebbe affrontare direttamente l’Unione europea e, in larga parte, la NATO? Dopo anni di guerra e dopo costi economici e militari enormi? È uno scenario possibile da discutere, naturalmente. Ma trasformarlo in una certezza serve più a giustificare una politica che a descrivere una realtà. E se tutto viene presentato come inevitabile, il cittadino non può più scegliere. Può soltanto pagare.

È questa, forse, la vera emergenza europea: una classe dirigente che sembra avere sempre meno il coraggio di dire ai propri cittadini che cosa è necessario, che cosa è possibile e che cosa, invece, non può essere garantito. Anche la questione della corruzione e della trasparenza in Ucraina non può essere cancellata dal dibattito. Se chiediamo ai contribuenti europei sacrifici enormi, abbiamo il legittimo diritto di pretendere controlli altrettanto enormi sull’utilizzo delle risorse. La solidarietà non esclude la vigilanza. Al contrario, la rende indispensabile.

E veniamo all’Italia. Giorgia Meloni dovrebbe spiegare agli italiani una cosa semplice: quale sia esattamente la strategia del nostro Paese. Non se l’Italia debba essere solidale con l’Ucraina. Questo è un altro discorso. Dovrebbe spiegare fino a quando, con quali risorse, con quali obiettivi e con quale prospettiva l’Italia intenda continuare a sostenere Kiev. E dovrebbe spiegare perché, in un Paese nel quale una parte consistente degli elettori chiede maggiore attenzione ai problemi interni, il governo ritenga prioritario mantenere questa posizione senza aprire un confronto politico più ampio sui costi e sui risultati. Perché aiutare l’Ucraina è una scelta politica. Aiutarla senza stabilire un limite, un obiettivo e una strategia sarebbe invece una resa della politica.

E allora la domanda finale non riguarda soltanto Zelensky che fa il suo mestiere, cercando di salvare l’Ucraina, anche caricandone il peso sulle spalle altrui. Riguarda noi. Vogliamo un’Europa capace di decidere autonomamente il proprio destino o un’Europa che, ogni volta che qualcuno evoca la guerra, l’invasione o i migranti, apre il portafoglio? Perché se accettiamo che la paura di milioni di profughi sia sufficiente a farci dire sempre sì, domani non sapremo più quanto costa la solidarietà. Sapremo soltanto quanto costa la paura.

Sappiamo che la solidarietà è una virtù, ma siamo – o dovremmo esserlo – anche consapevoli che l’obbedienza, in questo caso cieca e acritica, invece non è più una virtù ma un pericolo, in quanto si è trasformata in un vizio. Il paradosso è che Zelensky pretende dall’Europa una solidarietà pressoché illimitata, mentre l’Europa fatica persino a stabilire quali siano i propri limiti. E quando a pagare sono sempre gli stessi, persino la generosità rischia di diventare una forma di irresponsabilità.

Isernia, 19 ottobre 2026

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La luce tra le foglie

L’autunno, la memoria e quel fragile confine tra ombra e luce attraverso il quale impariamo a riconoscere ciò che conta.

L’autunno, quello delle dolci colline e dei monti che circondano il mio paese, la cara Isernia, da me conosciuto sin da bambino, in questi giorni di ottobre diventa il ritorno al paesaggio che ci ha cresciuti, alla memoria dei campi e dei boschi, a quella luce dorata che attraversa le foglie che rende tutto più bello e sembra quasi possibile raccogliere con una mano.

Da questa immagine nasce una meditazione sul modo in cui riconosciamo la realtà attraverso i suoi contrari. La luce ha bisogno dell’ombra, come la compassione della crudeltà, l’onestà dell’inganno e la bontà del male. Non per assolvere ciò che appartiene alle tenebre, ma perché il contrasto permette di vedere e ricordare ciò che vale. Alla fine resta una foglia stretta fra le mani, destinata a sgretolarsi. E ciò che sopravvive alla sua caduta è forse la cosa più concreta: il ricordo.

L’autunno in questo piccolo lembo di terra molisana ci ricorda perché alcuni di noi non se ne andranno mai. Non per amore, né per denaro, né per politica. È il paesaggio che ci ha cresciuti, e non possiamo allontanarci troppo da dove il profumo della campagna, il colore dei boschi, il profilo del paese sulla collina con i monti maestosi del Matese e delle Mainarde che lo circondano, il mormorio rilassante dei fiumi, il Sordo e il Carpino, che scorrono nelle valli poste ai suoi fianchi, hanno nutrito la nostra infanzia e la nostra anima. Un panorama che regala pace, silenzio e la straordinaria forza della natura.

Non è così per tutti coloro che sono cresciuti nelle grandi città. L’asfalto è asfalto in gran parte del mondo, e forse il desiderio di paesaggi suggestivi non è altrettanto forte. Non so cosa manchi a chi si avventura in città lontane per andarci a vivere. Cosa li nutre? Cosa li alimenta?

Le foglie di ottobre stanno cambiando colore e danzano nel vento. Quando vedi la luce che si insinua tra le loro forme, puoi immaginare che le foglie siano solo ombre e che la luce sia ciò che puoi cogliere allungando la mano e strapparla da rami invisibili. È uno strano trucco, un modo di vedere diverso.

E così viviamo in questo mondo dove ombra e luce si sono confuse. Per molto tempo abbiamo creduto che la foglia fosse tangibile e la luce fosse solo aria. Poi qualcuno ci ha ripetuto il contrario, più e più volte, e alla fine abbiamo smesso di ricordare. Abbiamo iniziato a credere di poter toccare la luce e abbiamo dimenticato il dolce profumo di muffa delle foglie schiacciate tra le nostre mani.

È il ricordo che è reale.

È l’ombra che incornicia la luce.

Forse è per questo che le ombre vanno considerate. Ci rivelano cosa è buono, onesto, compassionevole e reale proprio perché non lo sono. Ci offrono il contrasto che ci permette di riconoscere cosa ci nutre. Non si tratta di condanna, bensì di gratitudine. Non gratitudine per coloro che vivono nell’ombra, certo, ma gratitudine per la nostra capacità di vederla e di conoscerla per quello che è. Senza l’ombra, ben poco avrebbe senso.

Non possiamo comprendere la luce senza le tenebre. Non possiamo riconoscere la compassione senza la crudeltà, l’onestà senza l’inganno, la bontà senza il male. Conosciamo una cosa dal suo opposto.

Allora cosa si fa con il male? Lo si indica. Si fa rumore. Lo si mostra a tutti, perché nominando l’ombra ci ricordiamo che aspetto ha la luce.

E forse è proprio questo che fa anche l’autunno. Le foglie cambiano colore. La luce si raccoglie tra di esse. Noi allunghiamo le mani, quasi credendo di poterla cogliere da rami invisibili. Poi schiacciamo una foglia tra le mani e guardiamo i suoi resti accartocciarsi a terra.

Noi ricordiamo.

Guglielmo di Burra

Isernia, autunno 2026

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La condanna a morte è una sconfitta per la civiltà

Negli Stati Uniti d’America il Pentagono ha annunciato di voler trasmettere online la fucilazione di Nidal Hasan, condannato per l’uccisione di tredici persone a Fort Hood nel 2009. L’esecuzione è prevista per il 3 dicembre, nella stessa base militare del Texas. Il progetto della diretta è stato sostenuto dal segretario alla Difesa Pete Hegseth; Trump ha dichiarato di dover ancora decidere sulla trasmissione.

Certamente la gravità dei delitti impone giustizia, protezione della società, rispetto delle vittime. Ma quale insegnamento offre uno Stato che organizza la morte di un prigioniero e invita il pubblico a guardarla? Quale cultura vuole diffondere, quale sentimento vuole alimentare?

La dignità umana non può essere cancellata neppure dal crimine più grave. La giustizia non può trasformarsi in vendetta, né la sicurezza collettiva diventare il pretesto per cancellare ogni possibilità di riscatto. È il confine su cui si misura la civiltà di una società, soprattutto quando la pena capitale torna a essere invocata come risposta al male.

La pena di morte è inammissibile perché lesiva dell’inviolabilità e della dignità della persona e la tutela del bene comune può essere garantita senza ricorrere alla pena capitale. Sono concetti che ribadiscono l’inutilità della vendetta e restituiscono la forza di difendere sempre la vita umana, anche quando è stata ferita e offesa, e che la dignità della persona non può essere cancellata neppure dal crimine più grave.

La triste vicenda americana riapre una questione che riguarda il diritto, la cultura e la responsabilità della politica. La giustizia deve certamente proteggere la società e tutelare le vittime, ma non può rinunciare alla propria umanità. Una società si difende davvero quando non replica alla violenza con un’altra violenza, ma sa affermare il valore della vita anche nelle situazioni più difficili. Eppure, in molti Paesi, la pena capitale continua a essere presentata come una risposta efficace alla criminalità.

La vera legittima difesa della società è l’abolizione della pena di morte, come tanti hanno ormai compreso. Continuare a perseguirla e, peggio ancora, trasformarla in uno spettacolo è un segno di inciviltà barbarica. La giustizia non può diventare una rappresentazione pubblica della punizione, nella quale il dolore e la morte vengono esibiti per soddisfare la richiesta di una vendetta collettiva. Il compito delle istituzioni è proteggere i cittadini, impedire che i responsabili di reati gravi possano nuocere ancora e garantire la certezza della pena. Tutto questo è possibile senza sottrarre definitivamente a un essere umano ogni possibilità di recupero.

Come è concepibile il ritorno di una simile richiesta di punizione estrema, per di più accompagnata da una forte esposizione mediatica? Credo che questa sorta di impazzimento crudele del mondo derivi da un arretramento culturale e da un indebolimento della sensibilità umanistica. Prevale un individualismo che porta a credere che eliminare l’altro significhi salvare se stessi. È una convinzione profondamente sbagliata, perché ci fa dimenticare che siamo legati gli uni agli altri. L’altro non è semplicemente qualcuno da cui difendersi o un ostacolo da rimuovere: è una persona con cui condividiamo la stessa umanità.

Oggi anche la scienza parla dell’importanza dei legami che uniscono gli esseri umani. La fisica quantistica ci ha abituato a riflettere su una realtà nella quale le relazioni hanno un’importanza fondamentale. Naturalmente, non si tratta di trasformare una teoria scientifica in una dimostrazione automatica di un principio morale. Ma quella riflessione può aiutarci a comprendere quanto sia illusoria l’idea di individui completamente separati gli uni dagli altri. Il legame che unisce gli esseri umani non deve essere inteso solo sotto il profilo spirituale e religioso, dovrebbe diventare una scelta politica. Non possiamo limitarci a riconoscere a parole che siamo legati: dovremmo tradurre questa consapevolezza nelle istituzioni, nelle leggi e nei comportamenti. L’eliminazione dell’altro è, in fondo, un suicidio anche di se stessi, perché ferisce il tessuto umano sul quale si regge la convivenza.

La spettacolarizzazione della pena capitale, poi, rende ancora più grave questa deriva. L’eliminazione dell’altro è un’assoluta insensatezza, che diventa colpa e raddoppia la propria colpa quando viene trasformata in spettacolo. C’è una differenza profonda tra amministrare la giustizia e mettere in scena la morte. Nel secondo caso, la sofferenza viene utilizzata per alimentare emozioni collettive, anziché interrogare le coscienze. Si finisce così per smarrire anche il senso della responsabilità. Una comunità non diventa più sicura perché impara a desiderare la morte di chi ha commesso un delitto; diventa più fragile quando perde la capacità di distinguere la giustizia dalla vendetta.

Si stanno offuscando verità che un tempo apparivano persino elementari. Viviamo un tempo senza visioni, nel quale l’unica attenzione sembra essere rivolta a se stessi e alla difesa del proprio spazio individuale. In questo contesto, anche l’appello del papa contro la pena capitale indica una direzione spirituale, culturale e anche politica. Non riguarda soltanto i credenti, ma tutti coloro che hanno a cuore la dignità umana e il futuro delle nostre società. Su questo terreno la migliore cultura cattolica incontra la migliore tradizione illuministica e umanistica: la persona conserva diritti che nessun potere può cancellare. La nostra Costituzione dà a questa convinzione una forza giuridica. L’articolo 27 prescrive pene rispettose dell’umanità e orientate alla rieducazione. E stabilisce: “Non è ammessa la pena di morte”.

Di questi principi, di questa cultura, dobbiamo esserne orgogliosi e insegnarla ai nostri figli e ai nostri nipoti contro la barbarie che imperversa nel mondo. Proprio per questo, nella difesa di tali principi dovremmo pretendere una condanna inequivocabile degli Stati che la praticano, anche quando a progettare lo spettacolo dell’esecuzione è il governo americano.

È questa la sfida che abbiamo davanti: ricostruire una cultura capace di difendere la vita senza eccezioni e di non confondere mai la forza della giustizia con la crudeltà della vendetta.

Isernia, 12 ottobre 2026

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Una politica sempre più loquace e sempre meno capace di guardare e ascoltare

Qualcuno ricorda ancora il politico del territorio? Quello che una volta veniva eletto nel collegio sotto casa? Non è che avesse una vista d’aquila, un udito da pipistrello e parlasse come la Treccani, aveva però una qualità oggi diventata merce rara: conosceva il territorio e soprattutto sapeva che prima o poi sarebbe dovuto tornarci. Aveva quella sensibilità accompagnata da quel sano opportunismo che malvolentieri lo costringeva ad ascoltare, promettere e qualche volta persino mantenere la parola. Sapeva infatti che se non l’avesse fatto gli elettori gli avrebbero fischiato sotto casa. E se si fosse rifugiato a Roma prima o poi qualcuno avrebbe trovato il modo di ricordargli le promesse non mantenute. Peggio ancora: la sua poca serietà sarebbe stata rinfacciata alla famiglia, al bar, al circolo, al mercato. Insomma la politica aveva ancora un luogo fisico nel quale rendere conto delle proprie azioni.

Poi è arrivata la politica moderna, quella che ha trasformato il parlamentare in un soldatino agli ordini del generale di turno. Con l’avvento del finto premierato inventato dal Cavaliere non è cambiata soltanto la percezione della politica: è cambiato il rapporto tra eletto ed elettore. Gli ufficiali dell’esercito politico hanno cominciato a essere scelti dai generali. Ergo dai segretari dei partiti. E questo accade ancora oggi. Perché se non ti mettono in lista puoi anche essere il miglior politico del mondo ma resti a casa. L’unica alternativa è fare un partito tutto tuo come fece Berlusconi. Un’operazione che evidentemente ha fatto scuola.

Ora, proprio ieri con l’approvazione definitiva della Camera, il Centrodestra seguendo quell’esempio ha voluto affinare ulteriormente la legge elettorale introducendo “cambiamenti (?)” destinati a rendere i partiti, a quanto pare, ancora più monolitici e autoreferenziali. “Con l’approvazione definitiva della nuova legge elettorale, quando gli italiani torneranno a votare potranno scegliere tutto – sottolinea la premier Meloni– il partito, la coalizione, il programma, il candidato premier e – di nuovo – il proprio parlamentare. Il centrodestra reintroduce il voto di preferenza, che mancava da oltre trent’anni, restituendo ai cittadini il potere di scegliere direttamente chi li rappresenta“.

Sarà, andremo a vedere non appena il testo verrà pubblicato, ma resta il fatto che i candidati del prossimo Parlamento verranno ancora una volta decisi, senza libera scelta degli italiani, dalle segreterie dei partiti e, come nel passato, catapultati nelle sedi della Camera e del Senato. E la cosa checché se ne dica fa comodo anche ai big del Centrosinistra, anche se, per falsa pudicizia, fanno finta di lamentarsene a viva voce.

Inoltre, restano le restrizioni per i piccoli partiti. Perché quando il sistema è costruito per premiare i grandi partiti i piccoli diventano fastidiosi, ingombranti, talvolta persino inutili. Un modo come un altro per scrollarsi di dosso quei movimenti più piccoli che nel bene e nel male hanno custodito una tradizione liberale che oggi nel mondo sembra essere diventata una specie in via di estinzione.

Basta guardarsi intorno. Putin, Xi Jinping e in ultimo e inaspettatamente Trump hanno dato ciascuno a modo loro una spinta a un Occidente che continua a definirsi democratico mentre di democrazia, almeno nel senso più nobile della parola, sembra esserne rimasta sempre meno. Non so come andrà a finire. E francamente credo che non lo sappia nessuno. Tuttavia, al di là di quanto sta accadendo oggi in Germania, un’indicazione di ciò che ci aspetta nei prossimi cinque anni l’avremo già nei mesi a venire quando Italia, Francia e Spagna, probabilmente, vedranno un nuovo stuolo di politici parlare dagli scranni dei rispettivi Parlamenti.

E qui sta il punto. La politica non sembra più avere bisogno di convincere nessuno. Le basta dividere. Non deve più parlare all’elettore che non la pensa come lei: deve parlare a quello che la pensa esattamente come lei. Il consenso non si conquista più necessariamente con le idee, con i programmi o con la capacità di amministrare. Si conquista con una frase ad effetto, una provocazione, un nemico da indicare e possibilmente una telecamera accesa.

Così, come è accaduto anche nel mio Molise con i vari ignoti Cesa e Lotito, il parlamentare non ha più bisogno di conoscere il territorio. Non deve necessariamente frequentare il mercato, il bar, la piazza, il circolo. Non deve conoscere il nome di chi gli chiede una strada migliore, un ospedale che funzioni o un treno che arrivi in orario. Gli basta conoscere l’algoritmo. Una dichiarazione al mattino, una polemica sui social a mezzogiorno, un passaggio in televisione la sera. E la giornata è fatta. Il problema è che in questo modo la politica rischia di diventare una gigantesca macchina che produce rumore e consuma attenzione ma non necessariamente produce soluzioni.

L’elettore intanto è rimasto dall’altra parte. Guarda, ascolta, si arrabbia e sempre più spesso non crede più a nessuno. E quando la realtà presenta il conto c’è sempre un colpevole pronto all’uso: l’Europa, i migranti, la sinistra, la destra, i giudici, i giornali, Bruxelles, i poteri forti o più semplicemente quelli che c’erano prima. L’importante è non fermarsi mai a spiegare perché una promessa non è stata mantenuta.

Una politica che ormai sembra aver sviluppato tre straordinarie capacità: non vedere ciò che accade, non ascoltare ciò che le viene detto e parlare, parlare, parlare. A vanvera soprattutto. E forse il paradosso è proprio questo: la politica non ha mai avuto tanti strumenti per ascoltare i cittadini come oggi. Social network, sondaggi, televisioni, piattaforme digitali, messaggi istantanei. Può sapere in tempo reale cosa pensa un Paese. Eppure sembra ascoltarlo meno di prima. Perché ascoltare davvero significa anche rischiare di cambiare idea. E cambiare idea nella politica di oggi sembra essere diventato un peccato imperdonabile. Meglio avere sempre ragione. Anche quando si ha torto. Meglio parlare più forte. Anche quando non si ha nulla da dire.

E soprattutto meglio non guardare troppo lontano. Perché potrebbe capitare di vedere quello che gli elettori prima o poi potrebbero chiedere di spiegare. E allora sì che tornerebbe utile avere una vista d’aquila, un udito finissimo e magari qualcosa di intelligente da dire.

Isernia, 9 ottobre 2026

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Il conto salato di due leader spregiudicati

Ormai è risaputo che Netanyahu e Trump sono due leader spregiudicati, affamati di potere e pronti a usare la forza come strumento della politica. Due uomini cinici che sembrano muoversi nel mondo con la convinzione che tutto possa essere sacrificato in nome dei propri interessi e che, nella loro voracità politica, stanno presentando al pianeta un conto che altri sono chiamati a pagare. E quel conto, ormai, arriva fino a casa nostra. Arriva al distributore di benzina. Entra nelle bollette. Si infila nel prezzo della spesa, nei costi dei trasporti, nei bilanci delle imprese. E, alla fine della catena, arriva sempre nello stesso posto: nelle tasche delle famiglie.

Non voglio fare un ragionamento geopolitico globale. Non ne ho né la competenza né, francamente, la voglia. Voglio parlare di una cosa molto più semplice: di quello che succede quando apro una bolletta, faccio rifornimento alla macchina o vado al supermercato. Non so se esista qualcuno, da qualche parte del mondo, che davanti a una bolletta energetica o al prezzo del carburante riesca a provare entusiasmo vedendo i numeri salire. Io so soltanto che m’incavolo. Mi arrabbio da mesi e continuo a chiedermi perché dovrei essere chiamato a pagare, per la mia quota parte, le ambizioni di Trump e quella che considero l’arroganza politica di Netanyahu, mentre entrambi sostengono di agire per difendersi e, addirittura, per difendere anche noi. Ma da chi? Noi italiani, con l’Iran, abbiamo avuto per decenni rapporti commerciali, economici ed energetici. Se qualcuno decide di affrontare una guerra, se ne assuma anche il costo. Lo faccia con i propri soldi. Non con i miei.

Mi sono rotto le scatole a furia di sentire il premier israeliano dire all’ONU che sta combattendo anche per noi. E ne ho abbastanza, allo stesso modo, di ascoltare Zelensky raccontare che il sacrificio dell’Ucraina serve a difendere l’Europa. Io non voglio che qualcuno prenda le mie difese se il prezzo di questa presunta difesa è una vita quotidiana nella quale ogni aumento diventa un’altra difficoltà, un’altra rinuncia, un altro conto da far quadrare. Non ho bisogno che qualcuno combatta per me mentre io devo combattere con il conto in banca. Perché alla fine viene spontaneo chiedersi: che cosa dovrei dividere, ormai, con quei Paesi? La sicurezza? La gloria? O soltanto la fame?

E poi c’è la guerra. L’ennesima guerra preventiva. Questa volta contro l’Iran. Ancora una volta accompagnata dall’ombra della minaccia nucleare e da una narrazione nella quale l’intervento militare viene presentato come una necessità, quasi come l’unica strada possibile. Una storia che evoca precedenti drammatici: dalle accuse rivolte a Saddam Hussein alla vicenda di Gheddafi, passando per le armi di distruzione di massa e per quelle minacce strategiche che, nel corso degli anni, sono state utilizzate per giustificare operazioni militari dalle conseguenze enormi e durature.

Ed è proprio qui che dovremmo fermarci. Non per assolvere nessuno. Non per difendere l’Iran. Non per prendere le parti dell’uno o dell’altro. Ma per farci una domanda elementare: quanto costa davvero una guerra? E, soprattutto: chi paga? Perché dietro le dichiarazioni dei capi di Stato e di Governo ci sono i mercati. Ci sono il petrolio e il gas. Ci sono i trasporti, le assicurazioni, l’industria militare, il debito pubblico, i tassi d’interesse. Ci sono aziende che possono guadagnare dalle crisi. E ci sono milioni di cittadini che, invece, ne pagano il prezzo.

Gli americani stessi stanno pagando il costo del conflitto. Secondo gli ultimi dati, al 1° agosto 2026 le operazioni militari statunitensi contro l’Iran erano già costate circa 38 miliardi di dollari, con una spesa aggiuntiva stimata in circa tre miliardi al mese qualora il conflitto fosse proseguito. Ma il conto non rimane nei bilanci della Difesa. Il conto viaggia. Passa attraverso l’energia. Passa dallo Stretto di Hormuz, una delle arterie fondamentali del commercio mondiale, attraverso cui prima della guerra transitava una quota pari a circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale. Quando quei traffici rallentano, il prezzo dell’energia reagisce. E quella reazione, prima o poi, arriva anche qui.

In Italia, a settembre, l’inflazione armonizzata è salita al 4,1% su base annua, in aumento dal 3,2% di agosto, con l’energia indicata tra i principali fattori dell’accelerazione. E questo, per me, è il punto. Perché la guerra non è soltanto quella che vediamo nei telegiornali. Non è soltanto il missile che parte, il palazzo che crolla, il fumo che sale. La guerra è anche quella che arriva silenziosamente sul nostro conto corrente. È il carburante che costa di più. È il trasporto che rincara. È il cibo che aumenta. È l’impresa che paga più energia e trasferisce una parte di quei costi sui consumatori. È il negoziante che deve scegliere se aumentare i prezzi o rinunciare a una parte del proprio margine. È la famiglia che, alla fine del mese, scopre che con lo stesso stipendio compra un po’ meno di prima. È una guerra che magari non vediamo e non sentiamo esplodere, ma che riesce comunque a entrare nelle nostre vite.

E allora torna la domanda. Siamo davvero sicuri che il conto della guerra venga presentato a chi decide di farla? Perché la guerra ha quasi sempre qualcuno che ordina, qualcuno che combatte e qualcuno che paga. E troppo spesso queste tre persone non coincidono.

Quanto agli israeliani, non credo sia giusto parlare di un intero popolo come se fosse una cosa sola. Un popolo non è il proprio governo, così come una società non può essere ridotta alle decisioni di chi la governa. Ma è altrettanto difficile ignorare la sensazione di trovarsi davanti a una politica che sembra ormai incapace di concepire la sicurezza se non attraverso la forza militare. E quando la polvere da sparo diventa la lingua della politica, il rischio è terribile: che la pace finisca per sembrare una resa. Ma perché dovremmo pagare noi il conto delle scelte di due leader spregiudicati che, peraltro, sono contestati anche all’interno dei loro stessi Paesi?

Forse la domanda vera non è nemmeno più se Trump e Netanyahu abbiano ragione o torto. La domanda è molto più terra terra. Chi paga? Perché mentre loro parlano di sicurezza, deterrenza, vittoria e interessi nazionali, noi continuiamo a fare rifornimento di carburante, pagare bollette, fare la spesa. Continuiamo a lavorare. Continuiamo a contare gli euro. Continuiamo a cercare di arrivare alla fine del mese. E alla fine, ancora una volta, amaramente, scopriamo che il conto è arrivato prima a noi che a quelli che hanno deciso di presentarlo.

A tutto questo non c’è politica monetaria che possa reggere di fronte all’avanzare di queste forme di speculazione messe in piedi prima dalla pandemia del Covid e subito dopo dalla messa in campo dei conflitti che di fatto nessuno vuol fare cessare per tenere in piedi questo sistema speculativo.

Anche per tale ragione la maggioranza degli italiani non va più a votare manifestando la sfiducia alla classe politica, sia di centro destra, di centro sinistra o di qualcos’altro di questo nostro Paese dove sono tornati d’attualità i lamenti danteschi : “Ahi, serva Italia di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincia ma bordello”.

Isernia, 6 ottobre 2026

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Il cambiamento antropologico

Per capire meglio la profonda trasformazione di tipo antropologico avvenuto nel Centrodestra è necessario comprendere le ragioni che hanno provocato lo stesso mutamento nel mondo della Sinistra.

È bene cominciare dagli anni che vanno dal 1989 al 1991, in cui è avvenuto repentinamente un radicale mutamento nella visione economica del partito e sono gli anni che corrispondono al crollo del blocco comunista. Cade il Muro di Berlino e la sinistra abbandona immediatamente l’operaio, la fabbrica, la nazionalizzazione. Diventa sinistra del ceto medio istruito, dei diritti civili, della finanza regolata. Clinton nel 1992 e Tony Blair nel 1997 diventano i simboli: non più redistribuzione, ma meritocrazia e globalizzazione.

Poi tra gli anni 2001 e 2008 avviene un altro cambiamento riguardante la guerra e lo Stato. Avviene a causa dell’11 settembre e poi, in seguito, alla crisi finanziaria. La sinistra, che era anti-militarista e anti-sistema, diventa interventista e pro-istituzioni. Sostiene le guerre umanitarie, come in Libia nel 2011, e difende le banche centrali, l’UE, l’OMS come argini contro il populismo.

Altro salto di adattamento “darwiniano” di sopravvivenza è quello avvenuto tra il 2013 e il 2016, riguardante i confini, la libertà di parola e le élite. Quest’ultimo è il ribaltamento più visibile. Fino al 2010 la sinistra era per la libertà di espressione assoluta, scettica verso le multinazionali e le agenzie di intelligence, favorevole a controllare i confini per proteggere i lavoratori. Dal 2015 in poi, con Trump, Brexit e crisi migranti, diventa chiaramente pro-censura per disinformazione, pro-Big Tech e apparati di sicurezza come alleati contro la destra, pro-confini aperti come valore morale. La destra diventa quella che parla di classe operaia, libertà di parola e anti-guerra.

Tra il 2015 e il 2016, l’anno di Trump, Brexit e crisi siriana, la sinistra americana ed europea si ritrova a difendere esattamente ciò che combatteva nel 1968: le istituzioni, il libero commercio, i servizi segreti, le corporation. Non è stato un complotto. È stato uno scambio di base elettorale. Ha perso l’operaio di fabbrica, ha guadagnato il laureato di città che lavora per Google. Ha cambiato base e ha cambiato valori.

In Italia è un caso da manuale, molto più netto che altrove. La destra ha fatto il percorso inverso della sinistra, ma per lo stesso motivo: per governare.

Prima fase, dal 1994 al 2011: il berlusconismo. Populista, anti-statalista, anti-comunista, ma profondamente atlantista ed europeista da subito. Berlusconi non è mai stato sovranista. Voleva meno tasse, più impresa, meno giudici. Sull’estero era con Bush e con l’UE, ma indipendente in politica estera con la Russia e la Libia di Gheddafi. Voleva fare dell’Italia un vero hub energetico in modo concreto, non propagandistico.

Ora analizziamo le involuzioni delle destre. Dal 2011 al 2019 abbiamo la fase sovranista. Cade Berlusconi, arriva la crisi dell’euro, Monti impone austerità. La base di destra si impoverisce e si arrabbia. La Lega di Salvini e Fratelli d’Italia di Meloni intercettano quella rabbia e diffondono il messaggio: no euro, no austerità, no immigrazione di massa, no globalismo, sì dazi, sì nazione. È una rivolta anti-Macron, anti-Merkel, simpatizza per Trump e Putin come modelli forti. È la destra che vince nei bar, ma non nelle cancellerie.

Dal 2020 al 2022 assistiamo al grande bivio. Arrivano il Covid, i soldi del Recovery Fund e la guerra in Ucraina. La destra comprende che se vuoi andare al governo non puoi presentarti a Bruxelles dicendo usciamo dall’euro e a Washington dicendo Putin ha le sue ragioni. Chi detiene le vere leve del potere non ti farebbe entrare. Draghi in questa operazione ha fatto da levatrice. Ha mostrato alla destra che per essere legittimata deve diventare affidabile per mercati, UE e NATO.

Dal 2022 ad oggi: il “melonismo” atlantista. Meloni arriva a Palazzo Chigi e fa esattamente il contrario di quello che predicava sull’estero: da anti-UE a negoziatrice dura ma dentro l’UE, prima sostenitrice del Patto di Stabilità riformato; da ambigua sulla Russia a più atlantista di Draghi, invio armi, base in Atlantico; da no-global a liberista sulle riforme, come balneari, concorrenza, privatizzazioni; da anti-establishment a garante della stabilità per banche e Confindustria.

Tutto questo per una ragione molto semplice e cinica: in Italia attualmente non si può più governare senza la benedizione del Quirinale, della BCE , dell’UE, della Casa Bianca (…e dei poteri forti). La destra sovranista degli anni 2018-2019 li aveva contro tutti quanti. Doveva scegliere: restare pura e all’opposizione per sempre, o cambiare linea per tenere il potere. Ha scelto la seconda. Ha tenuto il discorso identitario su famiglia, immigrazione, sicurezza per la sua base, ma senza poter incidere nemmeno su questi valori. Ha ceduto completamente economia ed esteri a Bruxelles e Washington per farsi legittimare.

È esattamente quello che aveva fatto la sinistra negli anni Novanta: ha ceduto l’economia e lo Stato sociale alla globalizzazione per tenere i diritti civili. Che poi non sono valori della sinistra, ma liberali.

Isernia, 4 ottobre 2026

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Legittimità e rappresentatività politica

C’è una buona domanda che dovremmo avere il coraggio di farci ogni volta che un’elezione registra un’affluenza drammaticamente bassa: quanto è distante la rappresentanza politica dai cittadini? Non è una questione di legittimità formale. Se le regole sono state rispettate, chi viene eletto è a tutti gli effetti un parlamentare e ne esercita legittimamente le funzioni. Il problema è un altro: quanto può sentirsi rappresentata una comunità quando a scegliere il proprio rappresentante è soltanto una piccola parte degli aventi diritto al voto?

Prendo spunto dalle recenti elezioni suppletive della Camera nel collegio elettorale di Reggio Calabria (e Locri), dove il nuovo deputato del centrodestra, Fabio Roscioli, è stato eletto con una bassa partecipazione degli aventi diritto. Si è registrato, infatti, un forte crollo dell’affluenza alle urne: il dato definitivo alla chiusura dei seggi, secondo quanto si apprende da Eligendo, è stato del 22,34%. Quattro anni fa, quando si votò in un solo giorno, era stata del 49,40%. In questa tornata invece, nonostante si sia data la possibilità di andare a votare sia la domenica che il lunedì, gli elettori hanno preferito disertare in massa. Formalmente, tutto è regolare. Però la politica non può fermarsi alla formalità delle procedure. Una democrazia non è fatta soltanto di regole: è fatta anche di partecipazione, fiducia e riconoscimento.

L’articolo 67 della Costituzione stabilisce che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione”. Il Parlamentare, dunque, non rappresenta soltanto il collegio nel quale è stato eletto, né esclusivamente il partito sotto il cui simbolo si è candidato: “rappresenta la Nazione”.

Ma che cosa significa oggi rappresentare una Nazione nella quale una quota crescente di cittadini non va più a votare? È questo il nodo che la politica dovrebbe affrontare. Da anni assistiamo a una progressiva disaffezione dal voto. Le ragioni sono molteplici e sarebbe semplicistico attribuirle tutte alla politica. Tuttavia sarebbe altrettanto difficile negare che una parte della responsabilità ricada proprio sulla distanza crescente tra cittadini e istituzioni, sulla sfiducia nei partiti e sulla sensazione che il voto individuale incida sempre meno sulla scelta delle persone chiamate a rappresentarci.

Ed è qui che emerge un’altra questione: i cittadini scelgono davvero i propri parlamentari? Oppure scelgono una lista, un simbolo o una coalizione, lasciando poi ai partiti la decisione su chi occuperà i seggi? La libertà del voto è certamente garantita. Ma la libertà di scegliere tra le alternative proposte non esaurisce necessariamente il problema della qualità della rappresentanza. Un cittadino può essere libero di votare e, allo stesso tempo, percepire di non aver avuto la possibilità di scegliere direttamente la persona alla quale affidare la propria rappresentanza. Non significa mettere in discussione la legittimità di chi viene eletto. Significa interrogarsi sulla rappresentatività. Ed è una distinzione fondamentale: confondere legittimità e rappresentatività rischia di impedire qualsiasi discussione seria. Un parlamentare eletto secondo le regole è legittimato a esercitare il proprio mandato. Ma una democrazia dovrebbe preoccuparsi anche di fare in modo che il maggior numero possibile di cittadini abbia voglia di partecipare alla scelta di chi li rappresenterà. Altrimenti rischiamo un paradosso: istituzioni perfettamente legittime sul piano giuridico, ma sempre più lontane dalla società che dovrebbero rappresentare.

Per questo, anche la legge elettorale diventa una questione centrale. Non dovrebbe essere una legge costruita dalla maggioranza di turno per massimizzare il proprio vantaggio contingente, ma una regola del gioco il più possibile condivisa, discussa con l’opposizione e pensata per durare oltre la legislatura nella quale viene approvata. Si può discutere di collegi, preferenze, soglie, sistemi maggioritari o proporzionali. Le soluzioni possono essere diverse. Ma il principio dovrebbe essere comune: una legge elettorale dovrebbe favorire, non scoraggiare, il rapporto tra elettore ed eletto.

Il punto, dunque, non è soltanto stabilire chi viene eletto. È capire come restituire ai cittadini la sensazione di essere realmente protagonisti della scelta. Perché se continuiamo a ridurre la partecipazione democratica a un semplice adempimento formale, rischiamo di abituarci a un’idea pericolosa: che sia sufficiente essere stati eletti, indipendentemente da quanti cittadini abbiano partecipato alla scelta, per poter dire di rappresentare una comunità.

La rappresentanza politica non è soltanto una questione di numeri e procedure. È anche un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Per questo, se fossi il candidato eletto in una consultazione caratterizzata da un’affluenza tanto bassa, mi porrei seriamente il problema delle dimissioni. Non perché la mia elezione sarebbe necessariamente illegittima, ma perché prima ancora di chiedermi se ho il diritto di occupare quel seggio, mi chiederei se ho ricevuto dalla comunità che dovrei rappresentare un mandato politicamente abbastanza forte da sentirmene davvero il rappresentante.

È una provocazione, naturalmente. Ma forse è una provocazione necessaria. Perché le suppletive in Calabria non dovrebbero interessarci soltanto per sapere chi ha vinto e chi ha perso. Dovrebbero interessarci per ciò che raccontano del rapporto, sempre più fragile, tra cittadini e istituzioni.

Un parlamentare può certamente dire: “Sono stato eletto e rappresento la Nazione”. Ma una democrazia che vuole rimanere viva dovrebbe avere il coraggio di aggiungere una seconda domanda: quanti cittadini hanno scelto di essere rappresentati da me? Se la risposta è una percentuale sempre più piccola dell’intero corpo elettorale, il problema non è soltanto dell’eletto. È di tutti noi.

Isernia, 30 settembre 2026

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